venerdì 20 agosto 2010

NOZIONI SULL'«AGARTTHA» IN OCCIDENTE


Da Renè Guènon
L'opera  postuma  di  Saint-Yves  d'Alveydre  intitolata  "Mission  de l'Inde", pubblicata nel 1910 (1), contiene la descrizione di un centro iniziatico  misterioso indicato col nome di "Agarttha";  fra i lettori di quel libro,  molti probabilmente pensarono che si trattasse solo di un  racconto  del  tutto  immaginario,  una sorta di finzione priva di qualsiasi fondamento reale. Vi si trovano infatti, se si vuol prendere tutto alla lettera,  inverosimiglianze che,  almeno per coloro che  si attengono  alle  apparenze esteriori,  potrebbero giustificare un tale giudizio;  e Saint-Yves aveva senz'altro avuto delle buone ragioni per non pubblicare egli stesso quell'opera scritta tanto tempo prima e mai    veramente portata a termine.  D'altra parte,  prima di allora, non era stata fatta menzione in Europa né dell'"Agarttha" né del suo capo,  il "Brahmƒtmƒ",  se  non  da  uno  scrittore  di  scarsa  serietà,  Louis Jacolliot (2), alla cui autorità non si può certo fare riferimento; da parte nostra,  pensiamo che egli avesse realmente  inteso  parlare  di  quelle cose durante un suo soggiorno in India, ma per manipolarle poi, come  tutto  il  resto,  alla  sua  maniera  eminentemente fantasiosa.
    Tuttavia nel 1924 è avvenuto un  fatto  nuovo  e  inatteso:  il  libro "Bˆtes,  Hommes et Dieux", nel quale Ferdinand Ossendowski racconta le sue peripezie nel corso di un laborioso viaggio compiuto fra il 1920 e il 1921 attraverso l'Asia centrale, contiene,  soprattutto nell'ultima parte,  racconti  quasi  identici  a  quelli di Saint-Yves;  e i molti commenti che hanno accompagnato questo  libro  ci  offrono,  crediamo, l'occasione   di   rompere  finalmente  il  silenzio  sulla  questione dell'"Agarttha".
    Spiriti scettici  o  malevoli  non  hanno  mancato,  naturalmente,  di accusare   Ossendowski  di  aver  semplicemente  plagiato  Saint-Yves, segnalando tutti i passi concordanti delle due opere;  e infatti ve ne sono  parecchi  che  presentano,  anche  nei particolari,  somiglianze davvero sorprendenti. Vi troviamo innanzitutto, cosa che poteva parere inverosimile anche in Saint-Yves,  l'affermazione dell'esistenza di un mondo sotterraneo, le cui ramificazioni si estenderebbero dappertutto, sotto i continenti e anche sotto gli oceani,  e per mezzo del quale si stabilirebbero invisibili comunicazioni fra  tutte  le  regioni  della terra;  Ossendowski,  del  resto,  non  rivendica  la paternità di una simile asserzione e anzi  dichiara  di  non  sapere  cosa  pensare  in proposito; la attribuisce invece a vari personaggi incontrati lungo il viaggio.  Passando a questioni più particolari, c'è il passo in cui il «Re del Mondo» è raffigurato dinanzi alla tomba del suo  predecessore, quello  in  cui si parla dell'origine degli Zingari,  i quali un tempo avrebbero vissuto nell'"Agarttha" (3),  e molti altri  ancora.  Saint-Yves  dice  che,  durante  la  celebrazione  sotterranea  dei «Misteri    cosmici»,  vi sono momenti in cui i viaggiatori  che  si  trovano  nel deserto si fermano, in cui anche gli animali rimangono silenziosi (4); Ossendowski  sostiene  di  aver  assistito personalmente a uno di quei momenti di generale raccoglimento.  E poi,  fra le strane coincidenze, vi  è  la storia di un'isola,  oggi scomparsa,  dove sarebbero vissuti uomini e animali straordinari: a questo proposito,  Saint-Yves cita il riassunto  del  periplo  di  Iambulo  fatto da Diodoro Siculo,  mentre Ossendowski parla del viaggio di  un  antico buddista del Nepal, e tuttavia  le  loro  descrizioni  non  differiscono  quasi;  se davvero esistono due versioni di  questa  storia  provenienti  da  fonti  così lontane  l'una  dall'altra,  potrebbe essere interessante ritrovarle e confrontarle accuratamente.
    Abbiamo voluto segnalare tutte queste concordanze,  ma teniamo anche a dire  che non ci convincono affatto della realtà del plagio;  è nostra intenzione,  del  resto,   non  addentrarci  in  questa  sede  in  una discussione che,  in fondo,  ci interessa ben poco.  Indipendentemente dalle testimonianze che Ossendowski stesso ci ha indicato, sappiamo da altre fonti che racconti di questo genere sono frequenti in Mongolia e in tutta l'Asia centrale; e aggiungeremo subito che qualcosa di simile esiste nelle tradizioni di quasi tutti i  popoli.  D'altra  parte,  se Ossendowski  avesse  parzialmente copiato la "Mission de l'Inde",  non vediamo perché avrebbe omesso certi passi di grande effetto, né perché avrebbe cambiato la forma  di  certe  parole,  scrivendo  per  esempio
"Agharti"  invece  di  "Agarttha",  il che invece si spiega molto bene qualora egli abbia ottenuto  da  fonte  mongola  le  informazioni  che Saint-Yves aveva ottenuto da fonte indù (di fatto sappiamo che egli fu in  relazione  con  almeno  due  Indù) (5);  né capiamo perché avrebbe usato, per designare il capo della gerarchia iniziatica,  il titolo di «Re  del  Mondo»,  che  non  figura  mai  in  Saint-Yves.  Anche se si ammettessero certi prestiti,  resta sempre il  fatto  che  Ossendowski dice  talora  cose che non hanno il loro equivalente nella "Mission de l'Inde",  e che egli non ha certo potuto  inventare  di  sana  pianta, tanto  più che,  essendo interessato più alla politica che alle idee e
alle dottrine,  e ignorando tutto ciò  che  riguarda  l'esoterismo,  è stato   evidentemente  incapace  di  coglierne  egli  stesso  l'esatta portata: citeremo in proposito la storia di una «pietra nera»  inviata un  tempo dal «Re del Mondo» al "Dalai-Lama",  poi trasportata a Urga, in Mongolia,  e scomparsa circa cento  anni  fa  (6):  ora,  in  molte tradizioni  le «pietre nere» hanno un ruolo importante,  da quella che era il simbolo di Cibele fino  a  quella  incastonata  nella  "Kaabah" della  Mecca  (7).  Ecco  un  altro esempio: il "Bogdo-Khan" o «Buddha vivente»,  che  risiede  a  Urga,  conserva,  insieme  ad  altre  cose preziose,  l'anello  di Gengis-Khan su cui è inciso uno "swastika",  e una placca di rame che porta il sigillo del «Re del Mondo»; sembra che Ossendowski abbia potuto vedere solo il primo di questi  due  oggetti, ma   ben  difficilmente  avrebbe  potuto  immaginare  l'esistenza  del secondo;  e in tal caso non gli sarebbe venuto più naturale parlare di una placca d'oro?
    Queste  poche  osservazioni  preliminari sono sufficienti per lo scopo che  ci  siamo  proposti,  poiché  intendiamo  rimanere  assolutamente estranei  a  qualsiasi  polemica  e  questione  personale;  se citiamo Ossendowski e Saint-Yves è solo perché  quello  che  hanno  detto  può    servire  come  punto  di partenza per considerazioni che nulla hanno a che vedere con quanto si potrà pensare dell'uno o dell'altro, e la cui portata supera di molto le loro individualità e anche la  nostra  che, in  questo ambito,  non deve certo contare di più.  Riguardo alle loro opere,  non vogliamo dedicarci a una «critica del testo»  più  o  meno inutile,  ma  fornire piuttosto indicazioni che,  almeno per quanto ne sappiamo,  non sono ancora state date da  nessuno  e  che  possono  in
qualche  misura  aiutare  a  chiarire quello che Ossendowski chiama il «mistero dei misteri» (8).
  

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